Im nuovo compromesso storico

Il nuovo “compromesso storico” tra terzomondo e antifascismo nasce dall’individuazione di un nemico comune: lo Stato, la polizia, l’Occidente o qualsiasi forza politica e sociale che possa essere etichettata come “fascismo”. Ma questo compromesso non poggia su una vera unità politica: è un’alleanza tattica, destinata a reggere finché esisterà un avversario, reale o immaginario, contro cui mobilitarsi. Ma alle lunghe, l’ideologia dovrà fare i conti con la demografia e la sua capacità di trasformare i rapporti di forza.

È così che di fronte alle immagini di Bologna, non possiamo limitarci a constatare il disordine della nostra società, ma capire cosa c’è dietro. Per farlo, dobbiamo rovesciare una convinzione diffusa: il marxismo non è morto con il fallimento dei regimi comunisti, ma sopravvive nella forma mentis e nello spirito del nostro tempo. Restano intatti i suoi mitemi, assorbiti integralmente dal sistema capitalista-consumista: l’abbattimento delle identità forti, la dissoluzione dei legami organici, l’ostilità verso autorità, famiglia, patria e tradizione.

L’errore più grande, quindi, sarebbe considerare questa società una deviazione dall’utopia originaria, anziché il risultato di precise scelte politiche, culturali, economiche e antropologiche. Un’etica che non si limiti a valutare le intenzioni, ma guardi soprattutto agli effetti, impone una conclusione radicale: se questo mondo è stato prodotto, allora è stato anche voluto.

Per questo, limitarsi all’indignazione significa fermarsi alla superficie. La vera questione è riconoscere che dietro quel caos esiste un ordine preciso, costruito nel tempo e difeso come inevitabile. Rompere questo ordine significa tornare a incarnare identità radicali e irriducibili: la comunità come destino.

bloccostudentesco.org

Lascia un commento