Ogni anno insieme al 25 aprile torna una parola ancora più falsa di “liberazione”, ovvero “pacificazione”.

Una parola che vorrebbe chiudere in maniera elegante un conflitto e spoliticizzare una data, che pretende di unire ciò che nasce diviso e di neutralizzare ciò che è strutturalmente politico. Il risultato è sempre lo stesso: una parte continua a usare la memoria come strumento di legittimazione, l’altra prova a scioglierla in un generico umanitarismo.

Il punto è che il 25 aprile è il prodotto di una guerra civile e di un’ordine internazionale imposto dall’imperialismo a stelle e strisce, in cui l’antifascismo – in tutte le sue forme – ha fatto una scelta di campo precisa. Se oggi si critica l’interventismo statunitense, bisogna avere la coerenza di riconoscerne le radici.

L’Europa del dopoguerra nasce dalle macerie dei bombardamenti, dall’occupazione militare, dalla ridefinizione forzata dei confini, dall’inserimento delle nostre nazioni in un sistema di duplice dipendenza. È da lì che prende forma il mondo in cui viviamo, con tutte le sue conseguenze: dall’Ucraina a Gaza.

Per questo la pacificazione suona fuori tempo e fuori luogo. Non possiamo e non vogliamo equiparare chi è caduto per costruire un nuovo ordine in Italia e in Europa con chi è figlio di un tradimento, condannandoci ad un destino di Stato satellite.

Alcune fratture non si ricompongono. Continuano a operare, a definire appartenenze, a orientare scelte. Non si tratta di superarle, ma di riconoscerle e schierarsi.

bloccostudentesco.org

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