Ján Pálach è un segno che non passerà, 19 gennaio 1969

Rimase in vita per tre giorni in stato agonizzante dopo essersi dato fuoco, per protesta contro la censura e l’occupazione sovietica della Cecoslovacchia, nella tarda mattinata del 16 gennaio 1969.

Ján uscì dal suo alloggio universitario nella periferia sud di Praga e si diresse verso il centro città. Nel tragitto imbucò tre lettere, comprò due secchi di plastica e li riempì di benzina nei pressi della stazione di Praga Centrale. 

Nel primo pomeriggio raggiunse la vicina Piazza San Venceslao, uno dei luoghi più trafficati della capitale. 

Si mise vicino alla fontana posta ai piedi della scalinata del Museo Nazionale e si tolse il cappotto. Inspirò dell’etere, si versò addosso la benzina e si diede fuoco.

Saltò un parapetto e si mise a correre in fiamme verso il centro della piazza. 

Venne urtato da un tram in corsa e poco dopo cadde a terra. 

Alla scena assistettero numerosi passanti, alcuni dei quali soccorsero subito Ján spegnendo le fiamme con i loro cappotti; era ustionato gravemente su tutto il corpo ma ancora cosciente, e lo restò poi fino alla morte.

Nonostante l’Agenzia di stampa cecoslovacca, controllata dal regime, diffuse una breve notizia sul suicidio di uno studente della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Carolina, citandone solo le iniziali, il nome di Ján Pálach si diffuse velocemente tra gli universitari praghesi, da lì in tutto il paese e nel giro di alcuni giorni nel resto d’Europa.

Pálach venne ricoverato ancora vivo e cosciente, ma con ustioni di secondo e terzo grado su quasi tutto il corpo, una condizione senza rimedio, i medici non poterono fare molto per salvarlo.

Jaroslava Moserová, medico chirurgo plastico che lo operò, disse: «sapeva che stava per morire e voleva che la gente capisse il motivo del suo gesto: scuotere le coscienze e mettere fine alla loro arrendevolezza verso un regime insopportabile».

Pálach morì nel pomeriggio del 19 gennaio, dopo che la sua famiglia, composta dalla madre e dal fratello maggiore, fecero in tempo ad arrivare in ospedale per vederlo in vita gli ultimi istanti.

Dopo questo tragico evento, la madre ed il fratello di Ján verranno ricoverati in un ospedale psichiatrico.

Il corpo di Pálach venne portato al reparto di medicina legale dell’ospedale, dove di notte alcuni studenti e lo scultore Olbram Zoubek riuscirono ad intrufolarsi per fargli un calco del viso.

La scultura prodotta con il calco è tuttora esposta nella piazza a cui è stato dato il suo nome, accanto all’Auditorium del Rudolfinium.

La morte di Pálach diede inizio ad una grande crisi che coinvolse gli studenti e i cittadini che lo sostenevano.

Un gruppo di studenti iniziò uno sciopero della fame nel luogo in cui Pálach si era dato fuoco.

Il giorno dopo la morte si tenne una lunga processione pacifica a cui parteciparono migliaia di persone.

Nei giorni successivi le proteste si diffusero in tante altre zone della città, attirando molti cittadini e causando scontri con la polizia e tensioni con le truppe sovietiche.

Il 24 gennaio, alla vigilia dei funerali, una folla di circa 350 mila persone rese omaggio alla salma esposta all’Università Carolina.

Dalla pubblicazione della data dei funerali, centinaia di persone si adoperarono per raggiungere Praga da tutto il paese. Non esiste una stima esatta del numero, ma per i funerali di sabato 25 gennaio pare che le strade di Praga si riempirono con più di mezzo milione di persone.

Pálach venne poi sepolto nel cimitero di Olsany, nella zona orientale della città.

In tutta Praga le manifestazioni spontanee continuarono fino al 27 gennaio e gli arresti da parte della polizia cecoslovacca alla fine furono circa 200.

Stando alle indagini condotte dalla polizia e ai documenti d’archivio, il gruppo di “torce umane” di cui scrisse Pálach non sarebbe mai esistito; ma in quel periodo la sua morte, non solo in Cecoslovacchia, ebbe una tale risonanza da creare veramente un gruppo spontaneo di “torce umane”.

Ci furono infatti una decina di tentativi di immolazione in Cecoslovacchia e negli altri paesi del Patto di Varsavia e cinque manifestanti morirono in questo modo.

Le loro identità vennero nascoste o screditate dal regime.

Il più noto tra questi fu Ján Zajic, studente presso un istituto per ferrovieri della Moravia che, il 25 febbraio, andò da solo in Piazza San Venceslao e si nascose dentro il cortile di un palazzo.

Lì si cosparse di benzina e si diede fuoco, ma non riuscì a uscire in piazza e crollò bruciando sulla soglia dell’edificio.

Solo poche persone lo videro morire.

Prima di Zajic, il 23 gennaio, uno studente ungherese di 16 anni, Sandor Bauer, si diede fuoco sulla scalinata del Museo Nazionale di Budapest.

Due giorni dopo Evzen Plocek fece lo stesso nella città ceca di Jihlava lasciando un messaggio in cui si opponeva all’aggressione sovietica.

Il 13 aprile Ilja Aronovič Rips, studente lettone di 20 anni, tentò di darsi fuoco nel centro di Riga per protesta contro l’occupazione della Cecoslovacchia, ma fu salvato, arrestato e internato in una clinica psichiatrica.

L’ultimo caso noto fu quello di Romas Kalanta, operaio lituano di 19 anni. Il 14 maggio del 1972 si diede fuoco per protesta a Vilnius contro l’occupazione della Lituania. Lasciò scritto: «accusate il regime totalitario della mia morte».

Dopo l’indipendenza della Cecoslovacchia il Presidente ed ex dissidente Vaclav Havel dedicò una lapide a Pálach e Zaijc per commemorare il loro sacrificio in nome della libertà, posta in Piazza San Venceslao.

Nel 1989 a Ján Pálach venne intitolata la piazza al centro di Praga fino ad allora dedicata all’Armata Rossa.

Ján Pálach aveva solo 21 anni:

«L’uomo ha libero arbitrio di decidere della sua vita e di sacrificarla per gli altri affinché si sveglino dal torpore».

Valentina

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